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    8th May 2012

    Tanto paga l'INPS

    Con l'esplosione dei fallimenti aumentano le operazioni poco trasparenti che mirano a recuperare rami aziendali ancora non del tutto avvizziti, lasciando in capo alla società fallita le attività non profittevoli e tutti i debiti, compresi quelli nei confronti dei dipendenti.
    L'operazione è semplice, il soggetto interessato (talvolta un prestanome del precedente imprenditore) propone al curatore di affittare (più raramente di acquistare) un ramo dell'azienda fallita ma, per dare seguito all'operazione richiede un'apposita manleva che gli permetta di non subentrare nei debiti che la società fallita non ha onorato, includendo quelli nei confronti dei dipendenti, i quali possono aver maturato cospicui trattamenti di fine rapporto (TFR), in particolare se l'azienda ha meno di 50 dipendenti e quindi non è obbligata a trasferire le somme maturate dopo il 2007 al Fondo Tesoreria presso l'INPS.

    Visti i tempi bui, questi accordi vengono talvolta accettati, in quanto si preferisce far ripartire almeno una parte della defunta attività e incassare il canone d'affitto del ramo d'azienda, inoltre i lavoratori dipendenti per quanto riguarda le loro spettanze possono rivolgersi all'INPS che, mediante un apposito istituto, liquida loro per intero il TFR.
    Insomma, nessuno sembra perdere nulla e in questo modo viene reso possibile alla rediviva società assumere i dipendenti di quella fallita senza che questi chiedano al "nuovo" soggetto di pagare i loro crediti pregressi e magari beneficiano pure degli sgravi previsti per chi assume lavoratori in cassa integrazione o in mobilità.

    Tutto questo è reso possibile dal Fondo di Garanzia, creato con la legge 297 del 1982, che raccoglie i contributi obbligatori dei datori di lavoro (0,2% della retribuzione lorda che sale al 0,4% per i dirigenti) e viene utilizzato unicamente per pagare il TFR dei dipendenti di aziende fallite. In parole povere l'INPS versa per intero il TFR maturato direttamente al dipendente e quindi si insinua al passivo del fallimento.
    Grazie al lavoro dei curatori anche l'INPS riesce a recuperare parte dei crediti ma, come è evidente dalla tabella, la percentuale effettivamente recuperata è piuttosto bassa nonostante si tratti di crediti privilegiati.

    Anno TFR a carico Fondo di Garanzia L. 297/1982 TFR già erogato e recuperato
    2010 576,59 212,00
    2009 415,51 214,00
    2008 446,38 189,00
    2007 463,34 183,00
    2006 462,98 173,00
    TUTTI I VALORI SONO ESPRESSI IN MILIONI DI EUR
    FONTE: RENDICONTI GENERALI INPS

    Posta l'indubbia utilità di questo istituto, non mi sembra inopportuno obbligare anche le aziende con meno di 50 dipendenti a versare il TFR maturato dai dipendenti presso l'INPS (o presso un Fondo di Previdenza Complementare), eliminando il Fondo di Garanzia stesso, il relativo contributo obbligatorio ed evitando in questo modo di mettere a carico di tutta la collettività il costo dei fallimenti di aziende private.

    Certo, il momento è critico, le piccole e medie aziende sono sotto capitalizzate e non è un bel momento per chiedere finanziamenti, epperò tornando all'operazione poco trasparente, non ci sarebbe più convenienza a rilevare il ramo d'azienda con il solo scopo di "pulire" l'azienda dai debiti e ripartire vergini, inoltre le risorse che si andrebbero a liberare (personale e mezzi dell'INPS, fondi a disposizione dei curatori per pagare i creditori non privilegiati) potrebbero essere almeno parzialmente utilizzati per diminuire il mostruoso cuneo contributivo e fiscale.

    L'ho scritto qui perchè nel modulo di Mario non ci entra :)
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    Italia Lavoro economia
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    13th February 2012

    Happy Mao, sad Mao

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    5th February 2012

    Eclisse sul fotovoltaico?

    Che gli incentivi aiutassero, fino al punto di dopare, le aziende produttrici di pannelli fotovoltaici non è mai stato un mistero.
    Che prima o poi, in particolar modo nel caso di ristrettezze per i pubblici bilanci, questi incentivi potessero sparire era perlomeno prevedibile.

    Broken

    In provincia di Padova, dove è presente un rilevante distretto di aziende produttrici, si susseguono oramai da mesi le proteste con le quali si chiede a gran voce "chiarezza" sulle normative in materia, ovvero si chiede di ripristinare gli incentivi del conto energia. Nonostante le precisazioni sulla maggiore qualità del prodotto italiano rispetto a quello cinese e sulle implicazioni ecologiche, anche i lavoratori del settore si rendono conto che senza sussidi non si vende e se non si vende, si chiude. 

    In Italia le ristrettezze al bilancio imposte dalla perdurante crisi economica non permetteranno quasi sicuramente di ripristinare gli incentivi, chi proprio vorrà l'impianto fotovoltaico sul tetto di casa sarà costretto a pagarlo di tasca propria e magari cercherà di risparmiare acquistando un prodotto cinese invece di uno a kilometri zero.
    Questo fatto non mi sorprende, al contrario di quanto accade in Germania, il primo paese Europeo per investimenti nelle energie rinnovabili in Europa, che nel 2011 ha speso ben 13 miliardi di euro in incentivi per eolico e fotovoltaico.
    Lo scorso 17 gennaio il Ministro dell'Economia tedesco Philipp Rösler ha dichiarato che il sistema di incentivi per le energie rinnovabili va rivisto e che le aziende produttrici devono affrontare la concorrenza senza poter disporre di prezzi gonfiati artificiosamente, ha quindi decretato la fine dei sussidi al settore delle energie rinnovabili tedesco.
    Gli effetti di questa dichiarazione erano già stati pesantemente scontati da alcune aziende del settore:
    • Solon SE, il primo produttore di moduli fotovoltaici ad essersi quotato alla borsa di Francoforte, il 13 dicembre 2011 dichiara lo stato di insolvenza. La filiale italiana ha recentemente annunciato che non produrrà più moduli nel nostro paese.

    • Solar Millennium AG, anch'essa quotata, ha dichiarato lo stato di insolvenza il 21 dicembre 2011.

    • Conergy AG, per molto tempo la maggiore azienda quotata del fotovoltaico teutonico, da luglio è passata sotto il controllo dei creditori che hanno accettato di convertire i loro crediti in azioni.

    • Q-Cell SE, che fu tra i maggiori produttori di pannelli fotovoltaici del mondo, ha appena concluso un accordo con gli obbligazionisti che potrebbe sancire, anche in questo caso, il passaggio di mano dell'azienda.
    Direi che siamo ad un punto di svolta, in Germania come in Italia, un intero settore produttivo verrà fortemente ridimensionato, ma potranno emergere le tecnologie veramente competitive rispetto alle fonti tradizionali, che mi auguro posano dimostrare, senza il doping degli incentivi, che il passaggio dai satelliti ai tetti delle nostre case (dei campi a terra non voglio nemmeno parlare) non era un azzardo.
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    24th January 2012

    Burloni su Linkedin

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    11th January 2012

    L'articolo 18 e la giusta causa

    Come molti lavoratori dipendenti sapranno, anche le aziende con più di 15 dipendenti licenziano, nonostante l'esistenza dell'articolo 18 e l'obbligo di reintegro serve principalmente a spostare verso l'alto l'asticella dell'indennità pecuniaria che si negozia con l'aiuto del delegato sindacale.

    Non sono certo che tutti sappiano che nel caso in cui il datore di lavoro non corrisponda lo stipendio, la legge non ammette che ci si possa giustamente assentare dal lavoro (non mi paghi? e io non vengo più a lavorare!), in questo caso il lavoratore risulterebbe assente ingiustificato e pertanto passibile di procedimento disciplinare.
    Il mancato pagamento della retribuzione è ovviamente riconosciuto quale giusta causa di recesso dal contratto di lavoro (art. 2119 del Codice Civile), ma dopo quanto tempo il ritardo nel pagamento dello stipendio diviene giusta causa di dimissioni? E' sufficiente una settimana? Quindici giorni? Un anno?

    La legge (Statuto, CCNL, Codice Civile) non dice nulla in proposito, pertanto ci si affida alla giurisprudenza maggioritaria che ha individuato in due (2) mesi il ritardo necessario a configurare l'inadempienza contrattuale quale giusta causa di recesso.

    Inoltre, sino all'emanazione della circolare n. 97 del 2003, l'INPS negava l'iscrizione alle liste di mobilità ai lavoratori che si fossero dimessi per giusta causa, anche in questo caso è dovuta intervenire la giurisprudenza con la sentenza della Corte Costituzionale n. 269 del 17-24 giugno 2002.

    Mi domando per quale motivo le organizzazioni sindacali ed alcuni partiti politici vadano in escandescenza ogni qual volta viene ventilata l'ipotesi di abrogare il famigerato articolo 18 mentre non si preoccupano di far legiferare in merito al ritardo oltre il quale al lavoratore è data la possibilità di dimettersi per giusta causa.
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    lavoro politica sindacati
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    12th December 2011

    Chiudere la stalla quando il parco buoi è già scappato

    La decisione di David Cameron mi sembra coerente con la recente politica britannica e pure con le inclinazioni eurofobe del suo elettorato (e non solo il suo).

    A ben vedere, il primo ministro britannico non aveva alternative praticabili, Londra è il maggiore centro finanziario d'Europa e sottostare ai diktat franco-tedeschi in materia finanziaria equivarrebbe a rinunciare ad una delle principali fonti di ricchezza del Paese.

    Media_httpmedianolaco_gdlau

    Epperò potrebbe essere troppo tardi, come dimostra questo articolo del FT, l'esodo dei gruppi hi-tech dalla City verso la Grande Mela è già iniziato e cresce l'interesse per le borse asiatiche (chiedere ad esempio al gruppo Prada). Del resto, dovendo principalmente fornire capitali, i mercati più appetiti sono quelli maggiormente liquidi e con l'Europa sull'orlo di un credit crunch l'isola rischia di realizzare in maniera dolorosa di non essere né abbastanza grande, né abbastanza isolata dal continente.
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    Europa finanza
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    21st November 2011

    Comunicare le sconfitte

    In coda al mio post sulla chiusura di Uannabe, scrivevo: «Sono invece un po' perplesso dalla scarsa comunicazione di H-Farm, in particolare quando le start-up non riescono a spiccare il volo ma vengono, giustamente, chiuse. Credo che comunicare anche le sconfitte sia molto importante per chi di mestiere scommette sulle idee».
    A due settimane dalla chiusura, sul sito di H-Farm non c'è alcuna comunicazione in merito, nella pagina che elenca le aziende incubate invece, sul logo di Uannabe è stata aggiunta un'etichetta recante la scritta "write-off" (svalutato/cancellato in termini contabili) ma ancora non si trova alcun commento nella scheda dell'azienda.

    Uanna

    Nel frattempo un breve articolo della Tribuna di Treviso ripropone la notizia e riporta la dichiarazione ottenuta, immagino al telefono, direttamente da H-Farm:
    «Il momento era poco propizio e le aziende che cercano candidati hanno ristretto i budget facendo venire meno i profitti», fanno sapere da H-Farm, struttura all'interno della quale sono stati fatti rientrare i 5 addetti impiegati in Uannabe.

    Decisamente scarno come comunicato, buono per una qualsiasi delle molte start-up della scuderia di Riccardo Donadon. Volendo fare uno sforzo di decrittazione, pare che il punto debole del progetto sia stato il timing - il momento era poco propizio - pertanto possiamo desumere che tutto il resto fosse stato pianificato e messo in pratica correttamente. Peccato! Se veramente è stato sbagliato solo il timing (ma di questi tempi non si dovrebbe iniziare un bel nulla), è un vero peccato che si sia chiusa così repentinamente l'avventura di Uannabe.
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    h-farm uannabe
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    19th November 2011

    Ca' Foscari Alumni, finalmente!

    Dopo troppi anni di attesa anche la mia Università decide di creare un'associazione di ex studenti degna di questo nome.

    Forse il logo non è bellissimo ma, date le premesse, credo che tutto il resto non potrà che essere molto buono, per noi alumni e per Ca' Foscari.
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    Università
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    7th November 2011

    Uannabe chiude

    Ha da poco compiuto due anni e già chiude Uannabe (senza nemmeno uscire dalla versione beta), il portale per la ricerca di lavoro incubato da H-Farm Ventures.
    L'ultimo aggiornamento del blog aziendale risale al 22 aprile 2011 e l'ultimo tweet viene "esalato" pochi giorni dopo ma, già dal novembre 2010, Filippo Canesso (l'ideatore e frontman dell'azienda) aveva lasciato, come si può leggere sul suo profilo Linkedin.
    L'innovativa video-risposta non è stata sufficiente a far decollare la start-up, probabilmente il periodo in cui è stata avviata non era il più propizio e sicuramente i ben piazzati concorrenti non sono rimasti a guardare.

    Ho usato qualche volta Uannabe ed ho risposto (senza alcun riscontro peraltro) inviando la mia impacciata video-risposta, a mio parere la maggiore debolezza è stata l'esiguità degli annunci presenti nel portale, un fattore determinante per chi è alla ricerca di un lavoro.
    Non vale la pena spendere energie per ricopiare il proprio curriculum nell'ennesimo sito se vi si trovano pochi annunci, se anche lo sforzo viene compiuto alla lunga il sito non viene nemmeno più visitato.

    Mi spiace per chi ci ha creduto e ci ha lavorato e magari ha consentito a qualche candidato di trovare un lavoro, un sincero in bocca al lupo!

    Sono invece un po' perplesso dalla scarsa comunicazione di H-Farm, in particolare quando le start-up non riescono a spiccare il volo ma vengono, giustamente, chiuse. Credo che comunicare anche le sconfitte sia molto importante per chi di mestiere scommette sulle idee.
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    h-farm uannabe
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    4th November 2011

    Il pianto del fiscalista

    E' consuetudine, tra i fiscalisti, invitare a convegno le società clienti almeno una volta l'anno, per illustrare le novità normative.
    A tutte quelle a cui ho sin qui partecipato, l'apertura viene dedicata al dileggio del legislatore (più spesso il Governo decretante) che infarcisce leggi e decreti di controsensi e strafalcioni.
    Fino allo scorso anno, il dileggio era accompagnato da un sorriso sornione del fiscalista di turno, un chiaro segnale che gli strafalcioni avrebbero quasi sicuramente consentito alla categoria di fornire migliori servigi ai clienti.
    Questa settimana invece il dileggio era triste, astioso e dimesso. Non c'è quasi nulla di chiaro, tranne la confusione, nei tre decreti (sviluppo, manovra correttiva e manovra di ferragosto) che hanno riempito le pagine dei quotidiani questa estate.
    Ed in attesa delle circolari interpretative anche i fiscalisti piangono.
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    economia fisco
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